Halloween – cultura e tradizioni del mondo
E’ la notte di Halloween. Nei paesi di cultura anglosassone, in particolare negli USA si consuma questo rito. I bambini si travestono da streghe, zucche, scheletri etc., le mamme preparano tanti dolcini e si ripete il rituale del “trick or treat?” (dolcetto o scherzetto?). E’ una tradizione sentita in tutti gli States: chi si trovasse in una qualsiasi città americana potrà constatarlo in prima persona. Potrà altresì vivere il loro rituale, i preparativi, l’aspettativa dei più piccoli, la partecipazione dei più grandi. Fa parte integrante del loro mondo e della loro cultura. Ma noi italiani, con questo rituale, con questa cultura, con questa festa che abbiamo in comune? E’ già da qualche anno che anche da noi si sta imponendo questo festeggiamento. Io personalmente non lo condivido affatto (nel rispetto delle opinioni diverse). E cerco di spiegarne il perché. Preliminarmente credo che sia “l’ennesima trovata consumistica per far vendere un po’ di zucche a qualche mercante” (senza alcuna mistificazione per nessuna categoria, ma solo per indicare che è solamente un ulteriore motivo per spendere o far spendere qualche euro in più a tutti. Circa gli effetti se ne potrebbe anche parlare, ma è un discorso diverso). Ma ciò che mi piace di meno è che trovo questa “trovata” semplicemente estranea alla nostra cultura e alle nostre tradizioni. E’ vero che dobbiamo essere sempre più una società multietnica e multiculturale, aperta, ma è anche vero che dobbiamo salvaguardare le “nostre” tradizioni e la nostra cultura. Le contaminazioni culturali sono un segno di civiltà, son sempre esistite e hanno reso grandi popoli, paesi e tradizioni. Ma non è di questo che si parla, bensì di un segno di prevalenza della cultura dell’avere su quella dell’essere; già Cartesio distingueva tra "res extensa" e "res cogitans", corpo e anima , materia e spirito, la mia impressione è che stia via via prevalendo la res extensa (…). Proseguirei con qualche altra considerazione, una su tutte la preponderanza economica dei modelli angloamericani , ormai indiscutibile dato di fatto, per cui sempre più ci dovremo adeguare ad alcuni dei loro sistemi. Va anche bene se avviene come una “integrazione”, ma questo non significa che debba essere necessariamente una “scelta dovuta” da prendere così sic et simpliciter. E altrettanto non significa che debba essere anche una preponderanza culturale! Abbiamo millenni di storia, proseguiamo nella nostra integrazione con altri popoli e altre culture, ma non perdiamo la nostra identità, le nostre culture e le nostre tradizioni, abbiamo anche noi tanto da insegnare, non dobbiamo necessariamente subire o prestare acquiescenza. Per me questa notte non è festa. Per qualsiasi americano sì, ed è bene che sia così. Per me domani è la festa di ognissanti e dopodomani il giorno dei morti. Consumeremo i “nostri” rituali, mangeremo i nostri dolcetti tipici. Non ci scandalizziamo troppo poi se ci troveremo a festeggiare anche il “giorno del ringraziamento” o il “ramadan”. Però come siamo strani, per un crocifisso da togliere all’asilo (vedi ordinanza del giudice), ne facciamo una questione di Stato e tiriamo in ballo tante belle argomentazioni sulla nostra cultura e sulle nostre tradizioni (tralasciando l’aspetto religioso e senza entrare nel merito della questione, mi limito solo ad osservare!), sempre pronti poi a consumare un rito che non ci appartiene e che, forse, intacca ancor di più le radici della nostra cultura e delle nostre tradizioni.
Forse mi sono lasciato un po’ andare, ritornerò diligentemente a parlare di viaggi. Per intanto mi piace pubblicare una foto di un simbolo di ciò che ogni Paese deve avere. P.S. stasera non riesco a pubblicare la foto mi dà sempre errore, per ora rinauncio, comunque era la foto della statua della libertà al tramonto vista dall'alto.
Parigi - La Ville Lumière
E' una delle più belle città d'Europa e del mondo. Cosmopolita, ma soprattutto romantica: l'ideale per passare qualche giorno intenso con il proprio partner. Il periodo migliore ? Secondo me giugno, quando alle dieci di sera è ancora giorno, passeggiare sugli Champs Elisée o a Bois de Boulogne, fermarsi a mangiare in una Brasserie è ... sicuramente un buon inizio di una più lunga notte! Anche a fine settembre l'atmosfera non è male, la città si colora di mille sfumature dei toni d'autunno, la temperatura è ancora gradevole e la città è sempre molto accogliente. E poi è anche abbastanza vicina.
Bali - foto 2
Indonesia - Bali - tipico spettacolo teatrale.
Bali - Foto 1
Bali - Ingresso di uno dei tanti tempi induisti presenti nell'isola.
Insieme agli appunti di viaggio, sto cercando di creare anche un piccolo archivio fotografico dei luoghi che racconto. Spero di riuscirci, non sempre riesco a trovare le foto che ho fatto in viaggio.
Giappone – Tokyo
Quando arrivai all’aeroporto di Narita era sera. Era luglio, un caldo umido opprimente non ci lasciò per tutto il periodo. Le prime sensazioni che provai in questa città, le paragonerei ad una sorta di “caos ordinato”: una città in perenne movimento, che va tutta alla stessa velocità, nell’ordine delle sue file interminabili. Grattacieli attraversati da strade; ferrovie e metrò sopraelevate; insegne ed illuminazioni ovunque. Per me non erano delle novità, ero già stato qualche volta nelle metropoli Usa, ma questa città è un’altra cosa, i suoi ritmi ed il suo carattere la rendono unica. Un popolo che ordinatamente lavora per produrre la ricchezza del Paese, votato a questo fine, istruito sin dalla nascita per rendere grande la Nazione. Dove c’è poco spazio per la fantasia e, ancor meno, per pensare al concetto di qualità della vita. I suoi ritmi sono molto ripetitivi. Le persone trascorrono molto del loro tempo nelle automobili o nei mezzi pubblici per raggiungere il posto di lavoro, si alzano alle cinque del mattino per rientrare la sera; la famiglia è un valore semi sconosciuto; il tasso di divorzi è elevatissimo, specialmente all’età della pensione (quando i coniugi si ritrovano sconosciuti). Sul posto di lavoro possono avere praticamente tutto (dagli asili, alle palestre, agli ambienti dormitorio a quant’altro), tutto al fine di migliorare la produttività. In fondo, mi si potrebbe eccepire, non stò descrivendo nulla di particolarmente diverso da alcune grandi realtà industriali italiane, ma non è così, bisogna vedere per poterlo comprendere. Se a volte, anche a ragione, ci lamentiamo del ritmo di vita italiano, solo a pensare a quello giapponese potremmo sentirci male. Alcune peculiarità della loro vita mi ha particolarmente colpito, fatte di semplici cose (che non vogliono comunque essere delle generalizzazioni), che riescono a render bene un certo stile di vita. A puro titolo esemplificativo, un giapponese prima di acquistare un’automobile deve dimostrare di possedere un posto auto (composti in molti casi da strutture in ferro multipiano, esterni agli edifici, ad azionamento automatico, che restituisce la vettura dopo una delle solite file); per soddisfare gli amanti dello sci (sport molto popolare in Giappone, dopo il golf), ma allo stesso tempo evitare le perdite di tempo legate agli spostamenti per raggiungere le piste da sci, hanno inventato una pista da sci artificiale alle porte di Tokyo, completamente al coperto (una struttura mostruosa! Una montagna sotto un mega capannone). Girando per la città, notavo che alle finestre di numerosissimi edifici erano appesi dei “piumini” da letto, mi sembrava una nota stonata, incuriosito chiesi informazioni ad una guida locale, la quale naturalmente mi spiegò che quelli che vedevo non erano piumini, bensì i letti che, dopo avergli fatto prendere aria, li ripiegavano e riponevano in appositi vani, tipo sacchi a pelo, in quanto gli appartamenti erano talmente piccoli che non potevano tenere i letti aperti durante il giorno perché avrebbero occupato spazio utile.
Infatti pur avendo un reddito pro capite medio piuttosto alto, i costi che le famiglie sostengono per vivere è altrettanto alto, in modo particolare per l’istruzione dei figli, divenendo così difficile l’acquisto della casa familiare (salvo mutui generazionali). In particolare, al centro della città, nei quartieri degli affari, è assolutamente impensabile comprare casa; io non riuscivo a crederci quando mi dissero che i prezzi si aggiravano, udite udite, sui cento milioni di vecchie lire al metro quadrato (qualche anno fa con lo yen più apprezzato). Si, perché un’altra particolarità di questa città, che non ho trovato in nessun altro posto che ho visitato (e non sono pochi), è quella di essere la città più cara di tutte in assoluto. La sensazione è stata quella di essere “povero”, i miei soldi non valevano nulla, andavano via come se nulla fosse, sembrava una voragine. Francamente era difficile acquistare qualsiasi cosa. Però anche di Tokyo, riesco ad avere dei bei ricordi, che vanno dalla educazione della popolazione, all’ordine dei loro ambienti, ma ancor di più non dimenticherò alcune cene in dei posti assolutamente incredibili, con atmosfere tutte orientali, immersi nel verde curato fino alla maniacalità, tutto all’insegna della loro vera tipicità, che riesce a coniugare ancora oggi tradizione e culture antiche alla modernità dei nostri tempi (in tutto il loro modo di vivere). I profumi, gli ambienti, i costumi, i sapori, li ho trovati assolutamente unici. Potrebbe sembrare strano ma, proprio i sapori, il loro sushi, un certo tipo di carne (una specialità locale di manzo allevato e massaggiato con birra –sic!), il gelato al tè verde, le loro presentazioni, ho trovato particolarmente gradevoli. Mi è sempre rimasta in testa una riflessione su questo popolo, comunque grande, fatta in quei momenti: la loro forza è il loro modo di vivere e la loro educazione; la loro debolezza siamo noi. Se “scoprono” una diversa qualità della vita (in particolar modo tra le nuove generazioni è un sentire che si va diffondendo), il sistema potrebbe andare in crisi, fino all’implosione. Ma tant’è anche questo è un viaggio da fare, sicuramente non è facilmente dimenticabile.
USA - New York (Foto 1)
Foto panoramiche dall’elicottero.
Ho trovato qualche foto di New York, che ho in precedenza trattato in un altro appunto di viaggio, che riesce a dar meglio l’idea del racconto.
USA - Washington DC
View image
Monumento ai caduti
“In onore e memoria degli uomini del corpo dei marines degli Stati Uniti che hanno dato la loro vita per la loro nazione sin dal 10 novembre 1775” recita il testo del monumento della foto.
La speranza è che non si debbano più costruire simili opere in nessun Paese del mondo.
Il gourmet viaggiatore - viaggi e sapori.
La cucina, altra grande passione molto italiana. Qualcuno si è mai chiesto come si concilia la buona tavola mediterranea con i viaggi? Secondo me, male, molto male. Ammettiamolo, noi italiani siamo molto viziati da questo punto di vista: del resto facciamo scuola nel mondo per i nostri sapori!
Le vie del gusto italiane sono ormai meta di pellegrinaggi da ogni dove. Buon per noi. Anche noi però, muoviamoci, impariamo a conoscere meglio i nostri sapori; andiamo a scoprire le tradizioni culinarie, che fortunatamente si stanno riscoprendo in qualsiasi nostra regione. Soddisfiamo le nostre passioni di gola: facciamoci scorpacciate di pasta e risotti; carni rosse e bianche; pesci del mare nostrum; verdure in mille modi. E poi dolci, gelati, caffè. Abbiamo migliaia di specialità, in tutte le salse, dalle Alpi alla Sicilia: un’infinità! E’ bene conoscere questa nostra Italia, anche per i suoi sapori.
Però quando andiamo in vacanza all’estero, per periodi generalmente brevi, non facciamoci sempre riconoscere!
La crisi d’astinenza è sempre in agguato. Il secondo giorno già comincia a manifestarsi: è il caffè la prima “dose” che manca. Ed è un crescendo, che passa dalla pasta asciutta e arriva ai gelati: è sempre peggio ogni giorno che passa. Così, inaspettatamente (?), durante una vacanza in un qualsiasi paese del mondo, si formano i gruppetti di italici gourmand che vanno alla ricerca disperata di un caffè ristretto (italiano!); di un piatto di pasta; di una pizza napoletana. Inizia così il passaparola : “quel ristorante italiano in fondo alla via…”, oppure “il bar di tizio …”. Inevitabilmente il gruppetto, dalle movenze di zombie culinari, non riesce mai a soddisfare il palato, ormai costretto tra riso bianco, insalate condite di ogni che, pollo o maiale che non si capisce qual è l’uno o l’altro, e via dicendo. La vacanza si trasforma, assume le sembianze della tortura della “gola”. I più avvezzi, forti delle precedenti esperienze, si sono portati la moka con relativa abbondante quantità di caffè italiano; oppure gli spaghetti in abbondanza (un classico), da cucinare in gruppo (si consumerà così il rituale che suggellerà la leadership del gruppo in colui che ha ridato “l’ossigeno” al moribondo!). Non ho mai apprezzato questa mania, tutta italiana, di non saper scoprire i sapori degli altri popoli. Siamo presuntuosi, vabbè, ma per una settimana o due non cade il mondo se non bevi un caffè italiano o non mangi un piatto di vera pasta asciutta! Nei viaggi, ho imparato a conoscere le tradizioni, la cultura, le abitudini dei popoli dai loro “sapori”. Sia ben chiaro, anche io “amo” la cucina italiana, ma solo in Italia. Quando viaggio voglio conoscere, assaporare, ricercare, cose, sapori, sensazioni che mi facciano scoprire “l’essenza” di un posto. La cucina, credo che sia uno dei modi più immediati per capire un luogo; visitare i suoi mercati per scoprirne le abitudini e le tradizioni. Ogni luogo ha il suo fascino, i suoi sapori, cerchiamo di scoprirli quando viaggiamo, altrimenti il rischio è che ci “troveremo solo da Mc Donald’s”. ;-))
Cuba - Guamà
View image
Guamà - Particolare del parco naturale.
Musica e viaggi
Prendo spunto da alcuni commenti scambiati sul blog di Cubanite (http://cubanite.clarence.com) , per descrivere a modo mio le sensazioni che può dare la musica nei viaggi. Mi piace molto ascoltare la musica , di qualsiasi genere, apprezzando in particolare quella che comunemente viene indicata come “buona musica” (riferita alle qualità esecutive, compositive e tecniche). Ascoltare un brano, un cd, significa riuscire a trovar piacere, apprezzare, quel determinato brano che, in prima battuta, lo fa giudicare sulla base di considerazioni tecniche e oggettive. Proseguirei dicendo che un’altra componente fondamentale, consiste nelle emozioni che quel determinato pezzo riesce a trasmetterti, immediatamente, sin dal primo ascolto, mettendo a nudo l’anima che lo compone. Ognuno di noi recepisce diversamente la musica, ad esempio c’è chi l’ascolta tecnicamente e chi col cuore: fra i due opposti ci sono altre migliaia di modi, che possono essere assolutamente personali. Ma la musica, per me, significa anche altro, quando la sua anima si fonde con i ricordi e ti riporta, a volte violentemente, indietro nel tempo – anche recente – a rivivere emozioni, sapori, profumi che associ a quel determinato brano. Cercando di essere più chiaro (credo che ognuno di noi possa trovarne conferma dentro di sé), quante volte capita di vivere una storia, un’emozione, un periodo, che col passare del tempo poi si ritrova ad associarlo ad un brano musicale (che in quel determinato periodo magari neanche apprezzava particolarmente)? Quando viaggi, questo capita più spesso e con spazi temporali molto più ridotti, rispetto al normale. L’associazione avviene immediata. L’emozione è lì viva, appena passata. Ci sono poi alcuni viaggi, che queste particolarità le hanno proprio in sé, nel loro dna. Viaggi che non possono proprio esistere senza la musica. Questo succede particolarmente nei paesi latino americani ed in particolar modo a Cuba. In questi luoghi la loro musica ti accompagna in ogni dove, a qualsiasi ora: non potrai mai far a meno di associare quei ritmi al tuo viaggio. E’ così che ho imparato ad ascoltare la musica caraibica e latino americana.
E’ così che a volte ascolti musica che, magari, in altre circostanze non avresti mai ascoltato. Quando i viaggi e la musica si fondono in un’unica emozione ascolteresti di tutto (anche …meglio non far nomi).
Italiche divagazioni tra il serio e il faceto -1
Chi viaggia spesso mi potrà confermare che, all’estero, gli italiani sono sempre facilmente riconoscibili. A chi non è capitato di sentirsi rivolgere tipiche frasi italiane, brani di canzoni, nomi di calciatori (e chi più ne ha più ne metta), ancor prima di avere qualsiasi scambio verbale, solo per essere in qualche modo avvicinati (da venditori ambulanti, camerieri, gente comune, etc.)? Ma cos’è che ci rende così riconoscibili? Io ho un’opinione assolutamente personale (ovviamente senza alcuna pretesa di valore scientifico), nata esclusivamente guardandomi un po’ intorno. Prescindendo dai nostri caratteri somatici, ci sono alcuni elementi, ben individuati dalle popolazioni locali, che rivelano la nostra italianità. Tra questi citerei innanzi tutto delle doti caratteriali, quali la giovialità, l’apertura verso il prossimo, la curiosità. Ma oltre questi aspetti, ciò che indica la nostra appartenenza alla “tribù italica” (nel senso positivo del termine), è più banalmente il nostro modo di vestire: dai jeans all’abito, dalle camicie alle scarpe, dagli occhiali agli orologi ai costumi. Qualsiasi accessorio, portato in un certo modo – tutto italiano – è l’indice rivelatore della nostra appartenenza. Se, ad una prima impressione, questa mia conclusione mi ha un tantino infastidito, ad una più attenta riflessione mi ha invece gratificato, e ciò per due buoni motivi: il primo, che soddisfa principalmente la nostra vanità, è che siamo indiscutibilmente un popolo “elegante” che, pur abbastanza “omologato” nei nostri confini nazionali, altrove riesce a distinguersi dagli altri, fino a diventare anche un simbolo; il secondo è che in fondo anche noi abbiamo un comune senso di appartenenza, quel qualcosa che ci unisce e che ci fa sentire orgogliosi di essere italiani. Per tradizione, non siamo un popolo che manifesta il proprio “orgoglio di essere” se non in determinate occasioni (ad es. le partite della nazionale); non abbiamo quell’attaccamento alla nostra bandiera, al nostro inno nazionale, alla comunità, come accade invece per altri popoli (gli americani con la bandiera o l’inno; i giapponesi con il lavoro e la comunità; gli inglesi con la regina, etc.), che hanno dei “feticci” che li uniscono e li fanno “sentire” uniti. Bene, credo che dove non è riuscito Cavour, sono riusciti i nostri stilisti: anche noi oggi abbiamo quel qualcosa che ci unisce e ci fa sentire orgogliosi di essere italiani (almeno all’estero quando siamo in vacanza). Chissà, mi sto chiedendo, semmai dovessi incontrare Giorgio Armani mi dovrò mettere sugli attenti con la mano destra sul cuore? ;-))
USA - New York - 2
... Quella notte a New York non dormiva nessuno, le strade erano popolate di gente. Andammo in un disco bar a bere qualcosa; era un bel posto, frequentato anche bene. Conoscemmo dei ragazzi con cui ci intrattenemmo a scherzare. Tra questi c’era una ragazza, alta, bella, mora e scatenata. Aveva una minigonna mozzafiato, degli stivali a mezza coscia di cavallina con tacchi a spillo e una camicia che era stata cucita abilmente per sembrare stracciata e che lasciava ben poco all’immaginazione. Tra un ballo, un bicchiere e quattro scherzi, decidemmo di cambiare locale. Era l’ora giusta!. Tutti insieme ci avviammo all’uscita: la “scatenata” uscì per prima per chiamare la macchina. Restammo qualche istante in attesa e, guarda guarda, ecco che arriva una limousine bianca lunga come un tir, con i vetri neri e al lato degli sportelli una serie di lampadine luccicanti. Scende l’autista e ci fa salire a bordo (è proprio il caso di dirlo!). L’interno era come un salotto, con i divani posizionati l’uno di fronte all’altro e raccordati anche ad un lato; il divisorio in vetro ci separava dall’autista, al lato la tv, un mega impianto stereo, il frigo-bar e la classica bottiglia. Partimmo. La musica faceva tremare ogni cosa, aprimmo il tettuccio e con esso la bottiglia. La scatenata era sempre più scatenata. Tra una cosa e l’altra venimmo a sapere che lei era un’affermata organizzatrice di eventi e titolare di un’agenzia al centro di Manhattan. Ballava nella macchina, mezzo busto fuori dal tettuccio; intanto la bottiglia era finita. Fu in quel frangente che scoprimmo che lei, bella, simpatica e scatenata, in realtà era lui. Non ci interessò più di tanto (restava la delusione!), la nostra intenzione era solo quella di passare una bella nottata: eravamo a New York! Ci fermammo in una zona che non saprei mai riconoscere. Furono pochi minuti: mi ricordo i murales, tante moto parcheggiate, gente dinanzi ad un ingresso che conduceva ad un corridoio ricoperto da una tenda. Dinanzi due body guards, alti e massicci, che controllavano l’ingresso. Ci guardammo intorno: c’era qualcosa che non andava. Il metal detector da superare all’entrata; tipi alti, muscolosi, la barba, i capelli lunghi, i corpi tatuati sotto i giubbini di pelle borchiata, che si slinguavano abbracciati liberamente, lì davanti a noi. Per carità, niente di male! Ma erano tutti così! sembravano fatti con lo stampino. Non era quello il nostro genere, eravamo proprio fuori luogo. Al chè si avvicinò uno dei body guard dell’ingresso e, con fare spiccio, ci disse: ma voi siete proprio sicuri di voler entrare qui dentro? Andatevene che è meglio! Non ce lo facemmo ripetere due volte e con fare deciso bloccammo un taxi che sopraggiungeva. Era l’ora di tornare in albergo, per quel giorno ne avevamo vissute abbastanza.
USA - New York - 1
Arrivare per la prima volta negli States, è un’esperienza decisamente emozionante.
Ormai è passato un po’ di tempo da quella volta , negli USA ci sono tornato varie altre volte ed ogni volta è un’emozione nuova.
Sin da quando ti trovi in aeroporto cominci a renderti conto di vivere un’altra dimensione, vedi tutto più grande, un gran movimento, ma non ti senti spaesato, la Grande Mela ti accoglie e ti fa sentire perfettamente a tuo agio. La prima impressione è quella di “vivere in un film”, di vivere qualcosa di già vissuto. Si, in effetti questa sensazione la spieghi perché noi l’America la conosciamo, la vediamo quotidianamente nei vari serial tv, film, telefilm etc, sin da quando siamo piccoli, dai lontani telefilm polizieschi anni ’70: ed è così – veramente – non c’è finzione! Con le migliaia di Taxi che riempiono le strade, che li chiami facendo un fischio o alzando semplicemente la mano. Quando però cominci a muoverti, a vivere, le sensazioni che ti trasmette sono decisamente forti. Ti rendi conto che non è un set cinematografico lo skyline di Manhattan , i suoi grattacieli, le grandi strade e le svariate migliaia di persone che quotidianamente le affollano.
Ci lasciammo coinvolgere dalla città, decidemmo così di trascorrere dei giorni “alla grande”, come si confaceva del resto al luogo. Era il 4 luglio - Independence Day – e l’America era in festa.
New York quella mattina ci travolse con mille suoni, canzoni, bandiere, sfilate di ogni tipo; persone di ogni colore, razza, religione, che lì vivono e lavorano; turisti, come noi, di ogni dove : ti rendi conto di essere al centro del mondo. Così, io ed il mio amico e compagno di tanti viaggi, dopo aver girovagato per le strade principali (V strada, Madison etc.), e assaporato un americanissimo brunch al Rockfeller center, in quella splendida atmosfera, decidemmo di vedere la città da più angoli visuali. Andammo al più vicino eliporto e, in men che non si dica, ci trovammo a sorvolare Manhattan su un elicottero da turismo a nove posti. L’impressione è di quelle travolgenti, tu sei in volo e i grattacieli sono lì di fronte a te, sembrano interminabili; la statua della libertà, la baia di Hudson, Ellis Island, lo skyline e ritorno. Il giro dura circa venti minuti, ma è una di quelle esperienze che ti restano per sempre.
Tornati con i piedi per terra, trascorremmo un bel pomeriggio - on the road - tra le tante manifestazioni organizzate per l’occasione, tra musica, spettacoli, sfilate coloratissime. Fatta l’ora di cena, ci avviammo verso la baia dove, in precedenza, avevamo prenotato il tavolo su una motonave ristorante. Bell’ambiente e ottima cena, ma semplicemente strepitoso fu vedere, dal largo dell’Hudson, lo sky e le sue migliaia di luci, l’Empire illuminato dei colori della bandiera americana, la statua simbolo degli americani che sembrava un’apparizione gigantesca; tutto mentre sei in navigazione e – per l’occasione – accompagnato da uno spettacolo unico di fuochi pirotecnici, grandioso come può esserlo uno spettacolo americano. In quella giornata la Grande Mela l’avevamo “assaporata” dalla terra, dal cielo e dal mare. Era l’ora di viverla di notte … to be continued (ad un altro appunto di viaggio).
Cuba 2003 - Cubanito 20.02
Una foto dei Cubanito 20.02 mentre girano il video clip di "Matame", uno dei ritmi più ascoltati di quest'estate, sulla spiaggia di Playa de L'Este.
Cuba - giugno 2002 - referendum
Leggendo l’intervista di Oliver Stone a Fidel Castro su L’Espresso, mi ritorna in mente una particolarità di un mio viaggio a Cuba nel giugno 2002. In quel periodo il popolo cubano era chiamato alle urne per confermare o meno le modifiche alla Costituzione cubana. Tali modifiche hanno introdotto una norma che rende immodificabile il sistema costituzionale, incentrato sui principi del socialismo rivoluzionario cubano. Nella sostanza, si è trattato più di una dimostrazione di forza dell’establishment cubano che di un vero referendum, teso a dimostrare il favore del popolo verso il governo ed il sistema. Il Lidèr Maximo ha chiamato ed il popolo ha dovuto rispondere (secondo le volontà del capo): l’affluenza alle urne è stata elevatissima ed i risultati plebiscitari. Esattamente ciò che voleva. Il rovescio della medaglia: chi non avesse votato sarebbe stato “segnalato” come possibile “controrivoluzionario”, con le conseguenze che di qualsiasi cosa avesse necessitato, difficilmente avrebbe potuto ottenerla (visto il sistema burocratico cubano ed il potere del partito). Sulla segretezza del voto, mi lascio andare all’immaginazione. Questo è quanto la gente – tra le righe – diceva. Se poi ci caliamo un po’ nella povera realtà cubana sarà ancor più facile capirne il perché. Nell’intervista però Fidel afferma: “ …è il popolo che è al potere da 44 anni”; prosegue “… ma se vogliamo parlare dei valori democratici americani, allora diciamo che solo il 50 per cento dei cittadini va a votare e che il presidente viene eletto con meno del 25 per cento dei suffragi. Da noi almeno l’affluenza alle urne è del 94,5 per cento, anche se il voto non è obbligatorio”.
Bali – ottobre 2002
E’ passato esattamente un anno da quella bellissima vacanza trascorsa a Bali.
Un’isola dell’Indonesia di indubbia bellezza e grande fascino, un posto dove la natura, con i suoi colori immersi in un paesaggio lussureggiante come pochi altri al mondo, domina incontrastata.
Dove le religioni si sposano alle tradizioni; il folklore ai rituali; dove la gente è affabile, tollerante, ospitale, allegra; dove le culture dei popoli si incontrano.
Ho passato dei giorni gioiosi, con i miei compagni di viaggio, con la gente del posto e con altri turisti incontrati nell’Isola.
Questo viaggio credo proprio che non potrò mai dimenticarlo.
Bali: il suo mare, la sua gente, i luoghi della natura; il divertimento, i tanti ragazzi in vacanza da tutto il mondo, i suoi locali, il Sari Club.
Il Sari Club, uno dei locali più frequentato dell’Isola, prevalentemente da giovani occidentali, un disco bar dove abbiamo passato tante belle serate, tutti insieme, uniti dalla medesima voglia di divertirci. Fino all’ultima sera dell’11 ottobre 2002, quando ci siamo stati per l’ultima volta la sera prima di partire. Quella sarebbe stata l’ultima notte del Sari Club e l’ultima notte di tanti di quei ragazzi che incontravamo la sera. La notte del 12 ottobre 2002 il Sari Club è stato distrutto da un’auto bomba; quella notte del 12 ottobre sono morte circa trecento persone, molte delle quali hanno passato dei bei momenti insieme a noi.
No, credo proprio che non dimenticherò mai quel viaggio e, soprattutto, non dimenticherò quei ragazzi innocenti.





Ultimi commenti